Capitolo 2
“L’apprendimento organizzativo”
Il termine «apprendimento» può designare sia un prodotto (qualcosa che si è appreso) sia il processo (come si apprende) da cui il prodotto ha avuto origine. In termini generali si può dire che un’organizzazione apprende quando acquisisce informazioni (conoscenza, comprensione, know-how, tecniche o pratiche) di qualsiasi tipo e con qualunque mezzo. Lo schema generale dell’apprendimento organizzativo comprende un contenuto informativo, ossia un prodotto dell’apprendimento; un processo di apprendimento, che consiste nell’acquisizione, elaborazione e immagazzinamento dell’informazione; e un soggetto di apprendimento, colui al quale si attribuisce il processo di apprendimento.
L’idea di apprendimento organizzativo viene preceduta da quella di “azione organizzativa”: infatti lo stesso apprendere (pensare, conoscere, o ricordare) è una sorta di azione. Prima di poter essere altro, un’organizzazione deve essere «politica», perché è in quanto entità politica che la collettività può intraprendere un’azione organizzativa (Argyris e Schon, 1996). Quindi sono gli individui che decidono e agiscono, ma essi lo fanno nell’interesse della collettività, in quanto suoi agenti. E perché gli individui siano in grado di decidere e agire in nome della collettività, vi devono essere regole che stabiliscono i confini della collettività, quando una decisione è stata presa e quando l’autorità per l’azione è stata delegata agli individui. Non è necessario che la creazione delle regole da cui traggono origine le organizzazioni sia consapevole, e nemmeno che le regole costituzionali siano esplicite. Essenziale è che il comportamento dei membri sia governato da regole sotto certi fondamentali aspetti (decisione, delega, appartenenza). A condizione che vi sia continuità nelle regole che governano il comportamento dei singoli membri, l’organizzazione continuerà ad esistere, anche se vi sarà un avvicendamento dei suoi membri. E l’esistenza dell’organizzazione non è necessariamente compromessa (potrebbe anche essere promossa) dalla presenza di vaghezza, ambiguità o incoerenza nelle regole. Stabilendo regole che governino le modalità del decidere, del delegare e del fissare i limiti dell’appartenenza, una collettività diviene un’organizzazione in grado di agire. Se una collettività soddisfa queste condizioni, in modo tale che i suoi membri possono agire nel suo interesse, si può dire che essa apprende quando i suoi membri apprendono nel suo interesse, realizzando un processo d’indagine che dà luogo a un prodotto di apprendimento. L’indagine diviene organizzativa soltanto qualora venga intrapresa da individui che fungono da agenti di un’organizzazione in accordo con i suoi ruoli e le sue regole dominanti. Quando l’indagine individuale e quella organizzativa s’intersecano la prima alimenta e contribuisce a plasmare la seconda, che poi retroagisce per plasmare l’ulteriore indagine realizzata dagli individui.
Secondo Lanzara (1997), interpretando l’apprendimento sotto la prospettiva di un processo di adattamento all’ambiente, esso avviene gradualmente, attraverso piccoli aggiustamenti incrementali. Esso viene attivato dalla complessità e dall’incertezza dell’ambiente. Le organizzazioni apprendono dunque codificando la loro esperienza storica in routine che guidano il comportamento. Il termine generico “routine” include «le regole, le procedure, le convenzioni, le strategie, le tecnologie intorno a cui le organizzazioni sono costruite e mediante cui esse operano. Include anche la struttura di credenze, gli schemi, i paradigmi, i codici, le culture, e la conoscenza che sostiene, elabora, e contraddice le routine formali» (Levitt e March, 1998, citato in Lanzara, 1997). Le routine non dipendono dagli agenti individuali e vengono costruite e trasmesse attraverso la socializzazione, l’educazione, l’imitazione, la professionalizzazione, la mobilità del personale, le fusioni e le acquisizioni. L’adattamento e il cambiamento della routine avvengono a livello aggregato sulla base delle interpretazioni dell’esperienza passata piuttosto che delle anticipazioni del futuro. Nella loro analisi dei processi di scelta in condizioni di ambiguità March e Olsen (1975 e 1976, citato in Lanzara, 1997) descrivono il ciclo dell’apprendimento organizzativo come un sistema di stimoli e risposte nel quale le azioni individuali influenzano le azioni organizzative, che a loro volta suscitano risposte ambientali. Queste ultime influenzano le credenze e le preferenze individuali, e di conseguenza le azioni e i comportamenti. In questo modello sono gli individui che agiscono e apprendono dalle loro azioni. Le esperienze derivate dalle azioni sono memorizzate nelle menti individuali, e modificano i comportamenti futuri dell’organizzazione. La figura 2.1 riassume il concetto appena esposto.

2.2 Conoscenza organizzativa e teorie dell’azione
In quali condizioni la conoscenza, derivante dall’indagine ( che a sua volta può portare a modificazioni del pensiero e dell’azione), diviene organizzativa?
In primo luogo le organizzazioni fungono da ambienti che preservano la conoscenza. Essa può essere conservata nelle menti dei singoli membri, e in tal caso è possibile che vada perduta per l’organizzazione, qualora gli individui in questione l’abbandonano. Tuttavia la conoscenza può essere conservata negli archivi dell’organizzazione o negli oggetti fisici che i membri usano come riferimenti o indicazioni mentre svolgono il loro lavoro. In secondo luogo le organizzazioni rappresentano la conoscenza direttamente, nel senso che incorporano strategie per eseguire compiti complessi che potrebbero essere eseguiti in modi diversi. Argyris e Schon (1996) rappresentano tale conoscenza mediante ciò che chiamano «teorie dell’azione», le quali hanno il pregio di includere le strategie d’azione, i valori che ne governano la scelta e gli assunti su cui si fondano. Secondo tale teoria, «nella situazione S, se vuoi produrre la conseguenza C, sulla base dei presupposti a…n, allora devi fare A». La teoria dell’azione, a prescindere che si applichi alle organizzazioni o agli individui, può assumere due forme differenti. Con l’espressione «teoria dichiarata» s’intende la teoria dell’azione proposta per spiegare o giustificare un dato schema di attività. Con l’espressione «teoria- in- uso» s’intende, invece, la teoria dell’azione implicita nell’attuazione dello schema stesso. Nel caso delle organizzazioni la teoria in uso va costruita in base all’osservazione degli schemi di comportamento interattivo generati dai singoli membri dell’organizzazione, naturalmente a condizione che tale comportamento sia governato da regole, formali e informali, per la decisione collettiva, la delega e l’appartenenza. Al pari delle regole per la decisione e l’azione collettive, è possibile che le teorie in uso organizzative non siano esplicite ma tacite, e che le teorie in uso non corrispondano alla teoria dichiarata dell’organizzazione. Essa può rimanere tacita o perché non descrivibile o perché non è discutibile, in quanto l’eventuale incongruenza con la teoria dichiarata potrebbe rivelarsi imbarazzante o minaccioso. Si può descrivere la teoria in uso di un’organizzazione da una prospettiva interna o da una prospettiva esterna all’organizzazione. Da un punto di vista esterno si osserva come il sistema dei compiti dell’organizzazione sia messo in atto dal comportamento governato da regole dei suoi membri. Dal punto di vista interno, si ha un qualche accesso al know-how che genera e controlla le pratiche adeguate al sistema di compiti dell’organizzazione. Questo know-how può assumere la forma di una conoscenza procedurale, costituita ad esempio da regole pratiche, o dalla comprensione da parte dei membri dell’organizzazione di varie categorie di situazioni e del comportamento a esse adeguato, o dalla loro percezione spontanea della «cosa giusta da fare in questo momento».
Secondo Argyris e Schon (1996), ogni membro di un’organizzazione costruisce la propria rappresentazione della teoria in uso in modo totale, ma la sua immagine è sempre incompleta. Gli autori considerano l’organizzazione come un organismo, dove ognuna delle sue cellule contiene un’immagine particolare, parziale e cangiante di sé in rapporto al tutto. I soggetti hanno bisogno di riferimenti esterni a guida delle loro revisioni private. Tale funzione di riferimento è assolta da mappe (diagrammi di flusso lavorativo, organigrammi e fotografie del luogo di lavoro), memorie (archivi, documenti, database) e programmi organizzativi (piani di lavoro, protocolli, linee guida). Artefatti di questo tipo descrivono gli schemi di attività esistenti e fungono da guida per l’azione futura. Detto questo, e a seguito di tutto il ragionamento effettuato nelle pagine precedenti, possiamo affermare, come riportato da Argyris e Schon (1996) che «L’apprendimento organizzativo si verifica quando gli individui all’interno di un’organizzazione sperimentano una situazione problematica e, nell’interesse dell’organizzazione, la indagano. Essi esperiscono la sorpresa della mancata corrispondenza tra i risultati attesi e i risultati effettivi dell’azione, reagendo con un processo di pensiero e di nuovi corsi d’azione che conducono a modificare le immagini dell’organizzazione o il modo di intendere i fenomeni organizzativi, e a ristrutturare le attività così da allineare risultati e aspettative, modificando, in questo modo, la teoria-in-uso organizzativa. Perché l’apprendimento derivante dall’indagine organizzativa divenga organizzativo, esso deve radicarsi nelle immagini dell’organizzazione conservate nelle menti dei suoi membri e/o negli artefatti cognitivi (le mappe, le memorie e i programmi) radicati nell’ambiente organizzativo».
2.3 L’apprendimento single-loop e double-loop
I prodotti dell’apprendimento dell’indagine organizzativa possono assumere svariate forme, che per poter essere definite «apprendimento» devono contenere prove di un cambiamento della teoria-in-uso organizzativa. Esistono due tipi di apprendimento: per apprendimento single-loop (apprendimento a circuito singolo) Argyris e Schon (1996) intendono un apprendimento strumentale che modifica le strategie d’azione o gli assunti ad esse sottostanti in modi che lasciano immodificati i valori di una teoria dell’azione. Ad esempio i dirigenti di linea possono rispondere ad un incremento dell’avvicendamento del personale indagando le fonti dell’insoddisfazione dei lavoratori, ricercando i fattori che essi possono influenzare, come i livelli salariali, le indennità accessorie o il disegno della mansione, migliorando così la stabilità della loro forza-lavoro. In questi episodi di apprendimento, un unico circuito di retroazione, mediato dall’indagine organizzativa, collega l’errore rilevato, ossia un risultato dell’azione che non corrisponde alle aspettative e, perciò, è fonte di sorpresa, alle strategie d’azione dell’organizzazione e agli assunti a esse sottostanti. Tali strategie o assunti sono modificati, a loro volta, in modo da mantenere la prestazione organizzativa all’interno della gamma fissata dai valori e dalle norme organizzative esistenti. I valori e le norme stesse rimangono immutate (fig.2.2, modello 1).

Secondo Argyris e Schon (1996), un sistema di apprendimento di un’organizzazione è costituito dalle strutture che convogliano l’indagine organizzativa e dal mondo comportamentale dell’organizzazione, che facilita o inibisce tale indagine. Per “strutture organizzative”, i due autori intendono:
- I canali comunicativi (forum per la discussione e il dibattito, schemi d’interazione formali e informali);
- I sistemi informativi, inclusi i loro mezzi e le loro tecnologie (il computer, ad esempio);
- L’ambiente spaziale dell’organizzazione nella misura in cui questo influenza gli schemi comunicativi;
- Le procedure e le routine che guidano l’indagine individuale e interattiva;
- I sistemi d’incentivi che influenzano la volontà d’indagare.
Tali strutture, quando facilitano l’indagine organizzativa, prendono il nome di «facilitatori». Con l’espressione “mondo comportamentale”, invece, si designano le qualità, i significati e i sentimenti che abitualmente condizionano gli schemi d’interazione tra gli individui in seno all’organizzazione in modo da influenzare l’indagine organizzativa: ad esempio il grado in cui gli schemi d’interazione sono caratterizzati da amicizia od ostilità, intimità o distanza, apertura o chiusura, flessibilità o rigidità, competitività o cooperazione, propensione o avversione al rischio, tolleranza o elusione dell’errore, produttività o difensivismo. La costruzione di una conoscenza condivisa e di un’azione collettiva a partire da visioni e interessi divergenti è si un processo politico, caratterizzato da conflitti, giochi di potere, strategie, negoziazioni, alleanze, inganni, opportunismi, ma è anche un processo cognitivo, in cui l’osservazione, la raccolta, e la selezione dei dati rilevanti, il ragionamento e la sperimentazione giuocano un ruolo cruciale. Così come ci sono regole per condurre il gioco politico, ci sono regole per condurre indagini cognitive, ed esse si condizionano reciprocamente (Lanzara, 1997) Esiste un’interdipendenza tra il sistema di apprendimento di un’organizzazione e le teorie-in-uso che gli attori organizzativi introducono nel suo mondo comportamentale. Le teorie-in-uso individuali contribuiscono a creare e a mantenere il sistema di apprendimento dell’organizzazione; questo, a sua volta, contribuisce al rafforzamento e alla ristrutturazione delle teorie-in-uso individuali.
In una sua ricerca, Shrivastava (1981) ha documentato molti tipi di sistemi d’apprendimento. Alcuni sono costituiti da regole formali , esplicite e procedurali. Altri sono informali e radicati nelle pratiche concrete dell’organizzazione. Pur essendo correntemente praticati, e quindi conosciuti dai membri dell’organizzazione, spesso essi non sono documentati in mappe organizzative ufficiali. Possiamo inoltre distinguere tra sistemi d’apprendimento che dipendono criticamente dagli input di pochi individui che occupano posizioni chiave (l’imprenditore-proprietario, il dirigente carismatico, il progettista geniale, il tecnico esperto) e sistemi altamente partecipativi che impegnano in modo diffuso l’intelligenza e la creatività di tutti i membri dell’organizzazione.
Un tipo di apprendimento organizzativo double-loop di fondamentale importanza è perciò l’apprendimento del secondo ordine, attraverso il quale i membri di un’organizzazione possono scoprire e modificare il sistema di apprendimento che condiziona gli schemi egemonici di indagine organizzativa (Argyris e Schon, 1996). Si tratta dell’equivalente organizzativo di ciò che Gregory Bateson (1972) ha chiamato deutero apprendimento indicando con ciò l’apprendimento del secondo ordine o la capacità di apprendere ad apprendere.
Lanzara (1997) individua alcuni limiti che possono inibire l’apprendimento o generare dinamiche controproducenti. Essi sono:
a) Errori e distorsioni nell’interpretazione dell’esperienza. L’efficacia di un processo di apprendimento dipende dalla qualità e dalla ricchezza dell’esperienza e dalle modalità d’interazione. Ma l’esperienza è spesso ambigua e confusa. Ciò rimanda ad uno dei presupposti del coaching e della PNL (“la mappa non è il territorio”). Nelle organizzazioni ai limiti cognitivi dell’individuo, si sommano poi le limitazioni organizzative: la costruzione e la socializzazione dell’esperienza sono influenzate dai giochi della politica, o dalla volontà di costruire success stories e immagini positive dell’organizzazione, oppure le lezioni dell’esperienza vengono codificate in modo inadeguato nelle routine organizzative.
b) Esplorazione versus perfezionamento. Un dilemma inerente alla strategia dell’organizzazione riguarda il trade-off tra l’esplorazione di nuove possibilità e lo sfruttamento di vecchie certezze. Le due scelte sono mutualmente esclusive, e hanno effetti controproducenti: troppa esplorazione aumenta i costi e non sempre produce benefici immediati rendendo difficile il consolidamento di una competenza distintiva; ma troppa risorse dedicate al perfezionamento possono condurre alla stabilizzazione di configurazioni sub ottimali e a una competenza distintiva in attività inferiori.
c) Trappole dell’apprendimento. Poiché il perfezionamento delle routine esistenti ha un feedback immediato e controllabile, le organizzazioni tendono a privilegiare i processi adattivi a breve termine rispetto all’esplorazione di nuove possibilità. Ma più diventano competenti in un’attività specifica, più tendono a praticarla, guadagnando così in esperienza, più elevano la loro prestazione, e conseguentemente maggiori incentivi hanno nel perseguire quella specifica attività e minori incentivi ad apprendere e a praticare altre attività. Si verifica quello che viene chiamata “incapacità addestrata”, la quale inibisce la capacità di apprendimento.
d) Apprendimento troppo lento o troppo rapido. Le organizzazioni che apprendono lentamente (slow learners) possono trovarsi in cattive situazioni quando non riescono a scongelare in tempi brevi routine e modelli di comportamento acquisiti in passato e non più pertinenti ai problemi attuali. Ma anche processi di apprendimento troppo rapidi non danno il tempo alle organizzazioni (fast learners) di esplorare e di approfondire tutte le implicazioni e le conseguenze delle nuove idee che vengono generate. Di conseguenza, le organizzazioni fast learners tendono a specializzarsi in tecnologie e strategie inferiori o il cambiamento organizzativo e gli stessi processi d’apprendimento tendono a diventare fenomeni di deriva e sequenze di fallimenti che generano una pressione quasi nevrotica per ulteriori cambiamenti. Le organizzazioni che apprendono lentamente possono, invece, in talune circostanze, far meglio delle fast learners (Lanzara, 1997).
e) Ecologie di apprendimento. Un’organizzazione che apprende si trova immersa in un ambiente composto di altre organizzazioni che apprendono simultaneamente. Le interazioni tra i processi di apprendimento delle singole unità generano “ecologie di apprendimento” (Levitt e March, 1988) , che complicano la comprensione dei processi. In un’ecologia competitiva i processi di apprendimento dipendono, oltre che dalla rapidità di apprendimento delle singole unità, anche da che cosa e da quanto le unità apprendono dall’esperienza delle unità con cui interagiscono e da altri complessi fenomeni di interazione e di mutamento endogeno.
f) Routine difensive. Queste vengono generate dagli individui e dalle organizzazioni quando devono affrontare situazioni d’azione difficili o imbarazzanti, caratterizzate da conflitti di valore. In tal caso, gli individui non attivano strategie d’indagine sull’origine degli errori e dei dilemmi, bensì routine difensive individuali, che diventando organizzative, tendono a cristallizzarsi in patterns di comportamento dati per scontato che impediscono l’apprendimento double-loop.
CONCLUSIONI
In questo capitolo abbiamo definito cosa si intende per apprendimento organizzativo; abbiamo visto in che modo le organizzazioni apprendono attraverso l’azione dei singoli individui che fungono da “agenti” dell’organizzazione stessa; abbiamo definito cosa si intende per sistema d’apprendimento indicando quali sono i fattori e le strutture che facilitano “l’indagine organizzativa” e abbiamo evidenziato i limiti che le strutture organizzative possono presentare nei confronti dell’apprendimento.
E' ormai convinzione ricorrente, tra gli studiosi del settore, che ciò che consentirà alle imprese di rendere le loro strutture sempre più snelle e flessibili sia proprio il fatto di dare centralità all’apprendimento, puntando su meccanismi che consentano l’accumulazione della conoscenza. Nel contesto che si viene così delineando, requisito fondamentale diviene la capacità di imparare: imparare ad apprendere ed imparare ad accettare il cambiamento. Capacità che devono essere possedute da tutte le persone, a partire da chi ricopre i ruoli di maggiore responsabilità fino a chi è impegnato in attività operative.
L’apprendimento, infatti, diventa un fattore significativo di cambiamento se il management, prima di tutto, risulta fortemente impegnato e convinto della prospettiva economica che da tali mutamenti emerge. Solo in questo modo può verificarsi che la visione degli attori strategici si trasforma in strategia di azione e di conseguenza, l’organizzazione si prepara a svilupparsi e si struttura per innovare. Le imprese dovranno imparare nel miglior modo possibile ad esplicitare le conoscenze tacite e ad interiorizzare le conoscenze esplicite affinché la conoscenza (cap.1) divenga un fattore che permea l’intera organizzazione e ne accresce la competitività. Nella terza parte, quando discuteremo il Caso Accademia dei Coach, vedremo in che modo funziona un sistema d’apprendimento nel contesto di imprese che svolgono un’attività votata all’apprendimento continuo dei propri membri e ad un corretto impiego della conoscenza accumulata.






